RIFLESSIONI

MICHELE SERRA
Se fossi greco, l’idea che “i mercati” considerano con orrore una eventuale vittoria di Tsipras mi spingerebbe a votarlo. Così, almeno per provare. O se preferite per rischiare. Il ricatto implicito che l’economia finanziaria esercita sulla politica è già ampiamente opinabile in tempi di prosperità; ma in tempi di penuria diventa, oltre che opinabile, anche fragile, perché quando non si ha quasi più niente da perdere fa meno paura provare a ribaltare il tavolo. Oltre tutto, con il passare del tempo e con l’accentuarsi delle diseguaglianze, l’idea che l’andamento dei mercati finanziari sia il frutto di leggi oggettive, come le maree e le fasi lunari, è sospettabile di essere solo la copertura ideologica di pratiche economiche che non corrispondono affatto al benessere diffuso (come, per esempio, le fasi virtuose dell’economia produttiva); ma riflettono gli interessi di una minoranza di speculatori, essendo la maggioranza dei risparmiatori già ridotta da tempo alla lesina. È bene tenersi alla larga dalla dietrologia facilona, quella che dipinge il mondo come un gregge informe di sudditi nelle mani della plutocrazia; però cominciare a considerare “la Borsa” e “i mercati” non più come termometri neutrali, ma come attori politici veri e propri, sarebbe un bel passo avanti.

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