CAMPO APERTO _ di A. Sturchio

di Armando Sturchio

pubblicato sul n° 94 de La Sorgente (agosto 2017)

“Cura” o “avere cura” è la parola che dovremmo imparare ad appuntare sui post-it e fissarli alle cose. Al territorio che calpestiamo ogni giorno, per esempio, alle tante ricchezze -per nulla scontate- del nostro ambiente; delle persone che incrociamo lungo il nostro cammino. sorgenti del sele

L’ambizione però, è che questo semplice sostantivo, particolarmente abusato, divenga un imperativo dilagante dell’attività politica ma anche amministrativa e sociale. 

Prendersi cura significa valorizzare, ma anche preservare, proteggere, accudire,  amare, custodire, manutenere dall’usura del tempo. 

 Mi limito a citare Don Milani con la pretesa di dare forma al motto “I care” e di trasformarlo in una bandiera da posizionare ovunque, scavata nella terra, in segno di posizionamento di un faro capace di indicare la rotta e di segnalarne la presenza per chi si allontana. Non si tratta di un banale slogan ad alta efficacia comunicativa: non prevede chiusure, né barriere e contrapposizioni.

campanile - mater “Mi importa” innanzitutto di costruire un edificio solido e ben radicato, contaminando tutti gli operai di buona volontà che vorranno puntellare strutture su questo adagio. 

“Ho a cuore” il sollecito di una presa di coscienza civile e sociale, che guardi all’interesse collettivo e non a quello personale; che garantisca una piena e totale partecipazione e condivisione dei cittadini, ma anche una collaborazione cooperativistica in grado di realizzare e conquistare il rispetto per gli altri, oltre che di se stessi. 

Buon senso, umiltà e speranza sono le coordinate che scaturiscono dalla “cura”, e richiederebbero un’adesione universale. Sono i principi fondamentali per costruire una società più giusta e robusta tanto da resistere alle intemperie e ai nubifragi. 

Se dovessi argomentare da medico, parlerei di “cura” come antidoto alla malattia, che pure è calzante. Malattia della desertificazione imperante, della crisi occupazionale, dell’abbandono e dell’isolamento. Ma anche malattia del personalismo, della costruzione delle clientele, degli interessi particolari a danno di quelli collettivi.

 Se non decidiamo di aderire a nuovi dettami non potremo mai cambiare le cose e continueremo a lagnarci “che le cose così non vanno bene”, e ad accompagnare i nostri figli alla stazione o all’aeroporto, con l’augurio di realizzare sogni e aspettative. 

La verità vera è che siamo ad un punto di svolta storico, in cui è divenuta cruciale, e non più rinviabile, la “questione territoriale” che prende in considerazione le comunità e spinge a valorizzarle e ad alimentarne i sentimenti positivi. 

Abitare i luoghi significa curarne gli aspetti urbanistici dando loro decoro, ma anche quelli economici, culturali e sociali: siamo chiamati a compiere delle scelte. Sono innumerevoli le sfide che ci attendono di qui a pochi mesi (non è questo il momento di elencarle) e innumerevoli vorrei che fossero le adesioni a questo nuovo vessillo, cartello, insegna, lavagna … a voi la definizione più opportuna. 

Caposele panorama La “cura” non prevede il raggiungimento di compromessi, ma il suggello di alleanze; nessun carteggio per il raggiungimento di accordi, ma soltanto di intese. Quella del circolo che rappresento non vuole essere una chiamata alle armi del Pd, piuttosto il suono di una campana, (“E allora, non chiedere mai per chi suoni la campana. Essa suona per te”) che ci ricorda che ogni uomo non è un’isola, e non può considerarsi indipendente dal resto dell’umanità. 

Quindi o si percorrono speditamente nuove vie o si coltivano i vecchi e malconci contenitori. Tertium non datur. Il limbo non paga. Prendere schiaffi da tutte le parti, anche basta. 

Inutile sottolineare che io sono per metterci in marcia verso sfide non convenzionali, spediti e decisi, senza perdere un istante. Altrimenti, in questi anni, saremmo stati fermi ed in silenzio, senza farci inimicizie con nessuno, ben nascosti ad attendere il possibile arrivo dell’occasione giusta. 

Così come tutti quelli che vogliono spiegarci la politica di oggi, e lo stato di salute del Pd con la geometria. Da un po’ di tempo gli architetti e gli ingegneri con i righelli sono diventati più degli allenatori in panchina. Si tratta di esponenti politici dell’ultima ora o dell’ultimo anno prima delle elezioni che, rifacendosi alla scienza matematica, mettono al centro la “P”, che non è purtroppo la Politica bensì il Perimetro. Calcolare il perimetro ad escludendum di una eventuale coalizione vincente, utilizzando formule più o meno discutibili, sembra essere diventato lo sport del lunedì.

A dire il vero, lo stesso problema sta appassionando anche l’altro lato del campo. Campo, mi pare la parola giusta visto che il perimetro, in oculistica, è utilizzato per determinare l’ampiezza del campo visivo. Perché, oltre all’errore di leggere la politica con la geometria, ce ne è un altro ancora più grave: questa categoria di politici geometrici, che si esercita a misurare i perimetri, ha qualche problema alla vista e spera di risolverlo pensando di poter guardare al futuro con le vecchie lenti del passato. Guardano all’oggi con gli occhiali di ieri. E infatti vedono ancora Cuori, Arcobaleni, Strette di Mano, Sveglie e reperti archeologici di dubbia utilità. Troppo presi dai “calcoli”, dimenticano i “contenuti”. Non si accorgono che il mondo è cambiato, che la complessità va affrontata con nuovi occhi.

Festa della Musica Qualche giorno fa abbiamo partecipato alla FdM di Caposele. Tante ragazze e ragazzi con un bagaglio di sogni da realizzare. A fotografarli i genitori, i nonni. Felici ma preoccupati per il loro futuro. Quel bagaglio di sogni, temono, diventi il bagaglio che figli e nipoti prepareranno per andare via. Perché la generazione dell’altro ieri sapeva che i loro nipoti avrebbero vissuto meglio di loro. Oggi questa certezza le mamme e i papà l’hanno persa. Di questo oggi dobbiamo discutere, ma credo che se prevarranno i geometri con i righelli per Caposele, sarà un problema. Non ritengo sia un bene per il nostro paese guardare al futuro con le lenti deformate del passato. 

Dobbiamo sfidare conservatorismi, recinti ideologici, miopie e dobbiamo darci una missione concreta, perché di concretezza i cittadini hanno bisogno. Di una politica che smetta di parlare per iniziare a fare. Perché questo è l’unico modo per cambiare. 

Oggi più che mai c’è bisogno che tutto ciò ritrovi nuova linfa, c’è bisogno di un nuovo patto (rispondendo favorevolmente all’ing. Monteverde che lo lanciava sul precedente numero de “La Sorgente”)  che può farsi strada solo con una rottura dei perimetri ideologici ed una apertura alla società. E questo processo, inedito, nuovo, che non deve spaventare, lo si può innescare partendo da un Pd (anche perché è un luogo di discussione reale non solo nell’anno precedente le elezioni) che si apra a tutte le menti migliori. 

Ci vuole un Manifesto per un nuovo progetto che metta insieme le forze dell’innovazione su idee concrete e valori condivisi, che disegni il futuro di Caposele. È il momento di osare e il coraggio non ci manca. Dobbiamo farlo anche contro il cinismo dei numeri, dei calcoli politici, della matematica che non tiene conto delle persone. 

Questa è la “P” che mi piace, la Politica, non il Perimetro, il civismo e non il cinismo. Il nostro perimetro è il nostro paese in rete con gli altri. Il nostro partito è Caposele. 

Prendiamo carta e penna, non dimentichiamo la gomma per cancellare le forme geometriche che qualcuno vorrà disegnare e cominciamo a scrivere questo Manifesto.

di Armando Sturchio

pubblicato sul n° 94 de La Sorgente (agosto 2017)

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